Etichetta Rfid: la paura che si violi la privacy

La tecnologia Rfid non è nota a tutti perché non è stata spiegata a tutti in modo dettagliato. C’è chi lo confonde con il barcode (sono due cose diverse, che però possono cooperare), chi è preoccupato che il tag possa essere addirittura una microspia. Tanto che teme per la propria privacy.

Risale a 18 anni fa, al 2003, un caso che fece scalpore a livello nazionale. La famiglia Benetton, infatti, fu tra i precursori degli utilizzatori di tag per ottimizzare la filiera globale. E ci fu una vera e propria alzata di scudi da parte di opinion leader e veri e propri moti popolari. In particolare negli Stati Uniti venne tirata fuori una storia ‘vecchia’, ma mai passata in sordina, ossia quella del Watergate. Niente di tutto questo, naturalmente, ma il marchio fu costretto a interrompere il progetto.

Da allora, naturalmente, ne è passata di acqua sotto i ponti e l’etichetta Rfid oggi non è più ritenuta un pericolo per la privacy di nessuno. Però alcune questioni vanno ulteriormente chiarite.

Per i tag utilizzati a supporto del Product Lifecycle Management i dati personali non c’entrano, ci sono solo informazioni legate al singolo prodotto: lotto, origine, ingredienti, scadenza. Diverso è il caso del tag Rfid utilizzato nei badge o nelle smart card per la gestione automatica degli accessi. Qui, dovendo consentire l’ingresso ad aree messe in sicurezza o a servizi a pagamento (vedi l’autostrada), i dati servono a identificare il possessore e, associati al chip, sono personali. Ma le informazioni sono crittografate e archiviate secondo una regolamentazione particolarmente stringente che protegge la privacy di una persona. Accedono ai dati sono gli enti certificati e autorizzati, che devono seguire politiche di sicurezza in modo scrupoloso.


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